/>Le Cronache di Trazma

sabato 9 settembre 2017

19. Annabelle

Se ti sei perso la puntata precedente, puoi leggerla qui!

La strada sassosa saliva ripida nella foresta, nascondendo alla vista qualunque cosa ci potesse essere oltre. Kunda trotterellava rapido aprendo la fila, quasi non avvertisse la stanchezza, seguito dal conte Percifal e da Demian che la chiudeva in groppa al suo fidato cinghiale Geronimo.
“Sei sicuro che sia questa la strada?” si lamentò il Nano.
“Sicurissimo” rispose il conte, mentre si stringeva meglio nel caldo mantello.
L’aria era stranamente fredda per essere primavera.
“Si direbbe che l’inverno sta arrivando! ” commentò ridendo a voce alta il Mezzuomo, senza essere capito dagli altri due.
Una goccia gelida confermò che il tempo avrebbe continuato a non essere clemente.
“Vedo una scia di fumo più avanti! Potrebbe esserci un riparo” annunciò Kunda.
Un tuono riecheggiò nel cielo plumbeo seguito da una scarica di pioggia gelida.
“Andiamo a vedere, veloci!” Ordinò Percifal alzando la voce.
Demian li seguì ignorando del tutto sia il comando che la pioggia.
Subito dopo la salita sulla sinistra, un cartello in legno che pendeva da due catenelle avvisava della presenza di una locanda. I tre si ripararono sotto l’ampia tettoia dove un paio di cavalli sostavano mangiavando fieno. Le finestre erano appannate e un odore di fagiano arrosto ed erbe stufate invitava ad entrare. 
“Proprio quello che ci voleva!” sorrise il conte strofinandosi le mani.
La dolce compagnia”  lesse ad alta voce Kunda.
“È un bel nome per una locanda…” continuò accennando un sorriso.
Demian legò il cinghiale accanto ai cavalli: “Comportati bene Geronimo.” Lo accarezzò guardandolo negli occhi: “Purtroppo permettono a questi bifolchi di lasciare anche i cavalli!”
Entrati nel locale, il calore del camino li avvolse piacevolmente, ma il tempo di trovare un tavolo e si fece insopportabile. I tre si liberarono dei mantelli e il Nano anche dell’elmo, che poggiò sulla quarta sedia. 
Ebbero a malapena il tempo di sedersi che una cameriera decisamente prosperosa si avvicinò loro:
“Benvenuti alla locanda! I signori ordinano qualcosa?”
“Tu sei sul menù?” rise il Nano.
“Prima si mangia e dopo… la dolce compagnia!” rispose ammiccando la cameriera.
Demian trasalì alla risposta. Notò che sul menù era presente davvero il tariffario per la compagnia delle dolci signore!
“Spero che tu non sia sola…” intervenne Kunda.
“Abbiamo compagnia per tutti coloro che lo desiderano! Intanto che scegliete cosa mangiare, posso portarvi della birra?”
“E birra sia!” esclamò soddisfatto Demian.
Il conte chiese una bottiglia di vino rosso e offrì fagiano arrosto ai due commensali.
“Non distraiamoci dal motivo per cui siamo partiti” intimò serio mentre aspettavano.
“Fuori piove a dirotto e ormai siamo bloccati qui: dubito che smetterà prima del tramonto. Tanto vale restare a dormire e approfittare della buona compagnia!”  
“Demian ha ragione, conte! Forse anche tu dovresti rilassarti un po’ con una di queste fanciulle!” disse Kunda.
“Non se ne parla! Voi fate pure quel che vi pare: io ne approfitterò per riposare e magari ripassare qualche incantesimo. Non avete la minima idea di quello che dobbiamo affrontare!” 
“Un’idea ce l’ho eccome!” sghignazzò il Nano osservando una delle cameriere che passava di spalle. Kunda si unì alla risata, mentre il conte rimase impassibile.
La cena fu consumata in un clima sereno e dopo una bottiglia di vino rosso delle Isole Verdi  e qualche boccata della famosa erba pipa delle Valli Dorate, anche il conte Percifal aveva un’aria più rilassata.
Con un braccio abbracciava lo schienale della sedia e con l’altro, poggiato sul tavolo, armeggiava con la lunga pipa. “Una volta demmo un banchetto al mio maniero, dove consumammo cento botti di birra e dodici casse di vino rosso! C’era talmente tanta cacciagione, che dovemmo lasciare la Riserva senza vedere un cacciatore per almeno due anni!”
Era la prima volta che vedevano sorridere il conte.
“Con chi avevi organizzato il banchetto?” chiese curioso Kunda.
“Come?”
“Hai detto demmo un banchetto, al plurale. Con chi altro eri?”
Il conte non rispose, continuando a sorridere senza espressione. Lo guardò negli occhi e disse: “Non ti sfugge proprio niente, eh piccoletto?”
L’atmosfera si fece di colpo tesa e Demian diede una gomitata al Mezzuomo.
Kunda cercò di riportare la situazione alla spensieratezza iniziale:
“Cameriera! Il pasto lo abbiamo consumato, se non sbaglio adesso ci aspetta il dopo cena!”
Tre ragazze avvenenti si avvicinarono al tavolo, una con un piattino con il conto.
“Per meno di due Soli d’oro vi faremo passare il miglior dopo cena che abbiate mai provato!”
“Oh! Meno di due Soli d’oro è regalato conte!” esclamò Demian abbracciando in vita la più prosperosa delle tre.
“Abbiamo un conte?!” rise la seconda, che nel frattempo si era piegata in avanti per togliere i piatti, mostrando la generosa scollatura a Kunda che rise allegramente: 
“Certo che abbiamo un conte! Ed è anche molto generoso, vero Percifal?”
Il conte tentò un sorriso, ma la situazione lo metteva vistosamente a disagio.
La terza donna, che stava alle spalle di Percifal, con una mano gli prese il mento e lo fece voltare lentamente verso di sé. 
“Davvero siete un conte, mio signore?” chiese seria.
Girandosi verso di lei, la guardò e vide due occhi verdi, chiari come l’erba del prato. Dei capelli mossi le coronavano il capo: capelli rossi, come le foglie degli aceri d’autunno. Era bellissima, di una bellezza per nulla volgare. Il cuore iniziò a battergli forte come mai aveva fatto prima di allora.
“S-sì.” Fu l’unica cosa che riuscì a balbettare. 
“Io voglio il conte” annunciò seria la donna. “Naturalmente, se lui, vuole me!” disse afferrandogli il collo dell’abito con tutte e due le mani.
“Lo voglio!” rispose meccanicamente.
La donna che aveva portato il conto intervenne: “Monete sul bancone…”
Gli altri due risero sguaiatamente, mentre Percifal prese senza neanche guardare alcune monete dalla sacca e le pose sul tavolo.
“Allora è davvero generoso, il nostro conte!” 
La donna prese le monete dal tavolo e le portò al locandiere: “Torno subito!”
“Non andiamo da nessuna parte!” rispose Demian.
“Noi invece andiamo!” disse la donna dai capelli rossi prendendo Percifal per mano.
“Grande conte!” gridò Kunda.

La camera al piano di sopra era allestita diversamente dalle altre locande che il conte aveva visitato prima. Pesanti tende rosse coprivano le finestre, mentre un camino acceso aveva reso la stanza più accogliente. Diversi cuscini di piume erano sparsi sul letto e un tappeto ricopriva il pavimento di legno. Un piccolo armadio, una toletta con specchio e una tinozza di legno per il bagno completavano l’arredamento. 
Mentre osservava la donna, si rese conto che in realtà, per quanto fosse bella, non voleva essere lì in quel momento.
Lei si avvicinò suadente e iniziò a baciarlo sul collo, salendo verso l’orecchio.
Percifal rimase impassibile, poi le prese la mano e le chiese:
“Come ti chiami?”
“Annabelle. Mi chiamo Annabelle.” Sorrise.
Era il suo vero nome, glielo si leggeva negli occhi. Era bella e sincera.
“Annabelle, sei davvero bellissima”
“Grazie conte” si avvicino per baciarlo ancora.
“No. Aspetta.”
“Ho fatto qualcosa... di sbagliato?”
“No, tu no.”
Rimase a guardarlo con aria interrogativa.
“Perché lavori qui?”
“Perché qui sto bene”
“Quello che intendo dire è che mi domando se questo dia davvero quello che vuoi fare.”
“Si è quello che voglio” si riavvicinò per essere fermata nuovamente.
“È questo quello che vuoi fare nella vita? ” 
Questa volta non ebbe la prontezza di rispondere.
“E allora perché sei qui?”
“Qui se sei carina ti prendono anche se non hai esperienza come cameriera e ti pagano decentemente. I miei genitori lavorano la terra e ormai sono ridotti allo stremo.”
Non erano i soli a essere caduti in miseria, ma se per un conte andare avanti era difficoltoso, per dei braccianti era praticamente impossibile. Lo aveva visto nelle sue terre, dove decine di famiglie avevano perso il lavoro e lui le loro decime…
“Puoi lasciare questo posto se vuoi. Ti prometto che ti aiuterò.”
Annabelle lo guardò incredula.
“E cosa vorresti in cambio?”
Percifal le accarezzo la guancia e pensò che avrebbe potuto chiederle di sposarlo, ma poi si rese conto che non sarebbe stata la cosa giusta portarla con sé. Quello che aveva progettato non permetteva distrazioni, né tantomeno una famiglia.
“Che tu sia felice. E libera di scegliere la vita che vorrai.”
La donna lo guardò cercando di leggere nei suoi occhi e quello che vi lesse fu sincerità. Gli occhi le si riempirono di lacrime.
“Davvero ti interessa qualcosa di un’estranea? Di una prostituta che nemmeno conosci?”
“Davvero.”
Annabelle lo abbracciò e lasciò che le lacrime le scorressero sulle guance. Lui le baciò la fronte e le accarezzò gli splendidi capelli.
Prese una delle borse che aveva alla cintura e la posò sul letto. Ne uscirono centinaia di monete d’oro e perfino qualche Drago di Platino. In realtà era quasi tutto quello che aveva, ma se le cose fossero andate secondo i suoi piani, presto avrebbe avuto tutto il denaro che desiderava.
“Prendi questi, dovrebbero bastare per ricominciare da qualche altra parte. Cerca di non farli vedere al locandiere o ti rimarrà ben poco. Se ti dirigi verso la Contea di Stacus-Stanfilus in uno dei villaggi troverai facilmente lavoro come lavandaia. Non è il massimo, ma con quello che ti ho dato potresti avviare una piccola attività per conto tuo.”
“E come lo sai?”
“Sono le mie terre. È una delle ultime attività produttive rimaste. Spero che il mercato della lana possa far riprendere il villaggio, ma ci vorrà tempo.”
“Grazie conte, grazie di tutto.”
“Chiamami Percifal.”
“Grazie di tutto, Percifal.” Questa volta si avvicinò senza essere respinta e l’abbraccio si concluse con un lungo e dolcissimo bacio.

18. Il Mago


disegno di nano ed elfo e mago
Illustrazione di Ennio Bufi
Se ti sei perso la puntata precedente, puoi leggerla qui!

La fiamma vibrava nel camino sprizzando scintille che salivano verso la cappa. Si muoveva agile, imprevedibile, scoppiettando ogni tanto e sprigionando un calore che ti consumava il viso. Era quasi impossibile distogliere lo sguardo. Era questo che serviva: essere come la fiamma. Essere… la fiamma!
Era così che generalmente nascevano le idee per i nuovi incantesimi, all’interno di una calda locanda davanti ad un camino, o magari nella foresta durante una passeggiata.
Lo studio nelle biblioteche era importante, fondamentale, ma quello che rendeva Gothar diverso da tutti gli altri maghi era la capacità di rompere gli schemi, la capacità di creare sempre qualcosa di nuovo!
I maghi erano considerati dalla maggior parte della gente “strani”, ma Gothar era considerato “strano” dagli stessi maghi!
"Dobbiamo essere delle fiamme!"
"Le fiamme le lancerò io dopo aver finito questa zuppa di fagioli!" esclamò sghignazzando Dwtar, mentre inzuppava il pane nero nella scodella di legno.
"Mi riferisco al modo per fermare quegli Orchi: dobbiamo essere come le fiamme!" replicò Gothar girandosi verso il tavolo e distogliendo finalmente lo sguardo dal camino.
"Continua Giullare" disse il nano con una smorfia di perplessità.
"Questi Orchi stanno sconfinando perché sono in grado di fare cose che nessun Orco è in grado di fare!"
"Questo era evidente anche prima che lo sottolineassi tu…" sentenziò sarcastico Even che era seduto di fronte a Gothar e che finora non aveva parlato.
"Non ho finito ignorante d’un Elfo! Stavo cercando di dire che se loro sono in grado di mimetizzarsi per coglierci di sorpresa, noi dovremmo cogliere di sorpresa loro!" disse senza trattenere l’entusiasmo.
"E come, di grazia?" chiese l’Elfo continuando a sorseggiare il calice di vino rosso.
"Col fuoco!" rispose alzandosi dalla sedia e appoggiandosi con le mani sul tavolo.
Si avvicinò ai due presenti facendo una breve pausa e poi riprese sottovoce, per non farsi sentire dagli altri avventori:
"Noi saremo il fuoco: impossibili da afferrare, imprevedibili nell’attacco, ma soprattutto... micidiali!"
"Noi saremo il fuoco?" chiese Even appoggiando il calice sul tavolo.
"Noi saremo il fuoco!" ribadì Gothar sicuro di se.
"E allora... OSTE! FAGIOLI PER TUTTI!!" urlò Dwtar con tutta la sua voce.

lunedì 31 luglio 2017

17. La Compagnia si riunisce

La puntata precedente la trovi qui!

I cavalli si muovevano lenti nella notte buia, sulla strada di terra battuta immersa nel bosco. La luce delle lanterne illuminava il percorso mentre Even, l’Elfo, guidava il carro, cullato dal suo dondolio. All’interno sua sorella minore Shilimalf e Gothar il Mago, dormivano beatamente.
Oltre il raggio di luce delle lanterne uno scalpitio di zoccoli al trotto che rapidamente si avvicinavano lo mise in allarme. Ci volle un battito di ciglia, perché avesse l’arco impugnato con la freccia pronta per essere scoccata. Si rese conto che sarebbe stato inutile spegnere le lanterne: avevano segnalato la loro presenza già da tempo. La figura che venne alla luce lo lasciò a bocca aperta.
Dwtar?! Nano da quattro soldi, chi ti ha conciato in quel modo?”
Il pony rallentò e rivelò che il suo amico non indossava la maglia, ma solo il mantello. 
“Orchi, maledettissimi Orchi invisibili!” esclamò disgustato.
“Orchi? Qui nel bosco?”
“Non molto distante da Ceribas. Sono tanti e sono diversi da qualsiasi Orco abbia mai visto prima!” Si avvicinò al carro e con un salto salì a bordo.
“Sei ferito?”
Il Nano afferrò uno straccio dal carro e si asciugò il sangue verdastro che aveva addosso.
“Certo che no, non era mica un Drago! Questo schifo è loro!” 
“E cosa avrebbero di diverso dagli altri Orchi?”
“Te l’ho già detto: quei mostri diventano invisibili! Mi domando per quale ragione i vostri dèi si siano beffati di voi creandovi con quelle inutili orecchie…”
“La vera beffa fu la creazione dei Nani! Uno schiaffo a qualsivoglia gusto estetico”
“Ma se sono bellissimo!” disse accarezzandosi la lunga barba riccia con soddisfazione.
“Come mai gli Orchi sono avanzati così tanto? Le Terre Selvagge sono ben aldilà dei confini di Ceribas!”
“Immagino che stia accadendo qualcosa di insolito!” 
L’intervento improvviso di Gothar dall’interno del carro li colse alla sprovvista facendoli trasalire.
“Che ti prenda un colpo, giullare da strapazzo!” esclamò Dwtar ricacciandogli la testa dietro le tende che chiudevano il carro. 
Il Mago riaprì la tenda e uscì dal carro mettendosi in mezzo a loro due.
“Ho già sottolineato più volte di non essere un giullare, ma a quanto pare le orecchie inutili qui sono quelle dei Nani…”
“Ben detto Gothar!” disse Even scoppiando a ridere.
“E tu da quant’è che stavi origliando?” lo punzecchiò Dwtar.
“Comunque, non abbiamo tempo da perdere in simili quisquilie. Se gli orchi stanno avanzando, qualcosa sta sicuramente accadendo! In special modo se c’è di mezzo la magia!”
“La magia porta solo guai! Questi camminano dritti come le razze civilizzate e sembrano alti il doppio.”
Il Mago riprese la parola mostrando la sua perplessità: 
“Mi domando come mai non abbiano attaccato Ceribas?”
“Hanno piantato un accampamento oltre la città e stavano dando fuoco alla foresta, mi sono avvicinato a controllare per questo.”
I tre non si erano resi conto di aver alzato decisamente il tono della voce, tanto da svegliare anche Shilimalf. La piccola Elfa si affacciò dal carro sbadigliando: 
“Chi è che sta dando fuoco al bosco?”
Even la volle rassicurare: 
“Nessuno, non ti preoccupare!”
“Orchi! Maledettissimi Orchi!” rispose contemporaneamente Dwtar, mentre Even lo fulminava con lo sguardo.
“Orchi?!” disse spaventata la piccola.
“Sta tranquilla Shilimalf” disse Gothar cercando di calmarla. “Gli Orchi sono lontani e noi stiamo tornando a Trazma, così ci organizziamo per trovare una soluzione e magari dei rinforzi! Vero Even?”
“Certo! Adesso torniamo indietro così capiamo come cacciar via quei brutti Orchi antipatici!” 
“Va bene. Allora torno nel carro.”
“Brava piccolina!” 
“Però non dormo!”
Even sospirò rassegnato: “Dormi, altrimenti domani non ti vuoi svegliare!”
“E poi non ti posso insegnare nuovi trucchi di magia…” intervenne Gothar sicuro di ottenere l’effetto desiderato.
“Davvero zio Gothar? Me ne insegni altri?” 
“Si, ma adesso riposati!”
“E va bene, allora dormo!” 
Quando fu calato nuovamente il silenzio, Gothar si alzò per tornare nel carro: “Visto? Zio Gothar ha fatto dormire la sorellina!”
Even si trattenne dal fare commenti.
“Credo che adesso mi andrò a riposare anch’io!” annunciò Dwtar sbadigliando. “Agli Orchi ci penseremo domani!”
Even approfittò della presenza di una radura per girare il carro e tornare indietro.
“E sia: agli Orchi, ci penseremo domani!” 

martedì 25 luglio 2017

16. Confessioni

Se ti sei perso la puntata precedente, puoi leggerla qui!

“Non credo che un vecchio affresco di un tempio di divinità dimenticate, possa essere un vero problema Philip.” Duncan pronunciò quelle parole con calma, mentre sorseggiava la sua birra.
“Non ti sembra sconveniente stare qui seduto, anziché aiutare tuo padre con la locanda?”
Duncan odiava essere ignorato quando parlava, soprattutto se si trattava di suo padre o del suo migliore amico.
“Ho sette fratelli e lavorano tutti alla locanda, perfino James che ha otto anni! Se mi stacco un attimo non sarà un problema! Nè sarà un problema un dannatissimo affresco vecchio chissà quanti anni!”
“Centoquaranta per l’esattezza. E non si tratta di un solo affresco.” Philip portò alla bocca una forchetta con del prelibato formaggio straniero.
“Come sarebbe?” 
“Ultimamente ho fatto visita a molte delle nostre Casate.”
“Si me lo avevi detto: dovevi controllare che la vostra Regola fosse applicata ovunque in maniera precisa.” Disse mentre intingeva un boccone di pane bianco nella scodella della zuppa.
“Quello che ho detto non era completamente vero…”
La frase ebbe l’effetto di farlo quasi soffocare con il boccone. Dopo diversi colpi di tosse e un sorso di birra, riuscì a riprendersi per parlare: “Ma che diavolo ti sta succedendo?! Prima sospetti del tuo stesso Ordine, adesso inizi a raccontarmi menzogne: ma che fine ha fatto il mio amico Philip?”
Il paladino rimase in silenzio un attimo per raccogliere i pensieri, poi rispose: “Sono sempre io. Non ti ho mentito: ho solo omesso dei particolari. Non dico che sia stata una cosa onorevole, ma l’ho fatto per proteggerti. Non volevo che ti cacciassi nei guai.”
“O non volevi che il tuo Ordine sapesse quali erano le tue vere intenzioni!”
Ci fu nuovamente esitazione. 
“Devo ammettere che è probabile. Comunque…”
La risposta lasciò Duncan, se possibile, ancora più sbigottito. “Quindi lo ammetti?”
“…Quello che ho scoperto è che ci sono altri sette templi con questi stessi affreschi, tutti di divinità dimenticate. Quello di oggi era l’ottavo e sono abbastanza sicuro che ce ne sia almeno un altro!”
“Ma perché questa ostinazione con questi templi dimenticati e perché tutti questi segreti e bugie?”
“Avevi detto che volevi aiutarmi o sbaglio?”
L’amico lo guardò allibito negli occhi. “Certo che voglio aiutarti, voglio solo capire che diavolo ti sta succedendo! Non credi che Taios ti tolga il suo favore, se non mantieni il tuo onore di cavaliere?”
“Temo che Taios abbia posto il suo favore su di me fin troppo…”
Ogni parola che usciva dalla bocca di Philip aveva l’effetto di una secchiata gelida. “Adesso ti metti anche a bestemmiare?”
Philip posò garbatamente le posate, bevve un sorso di vino rosso delle Isole Verdi, poi si asciugò la bocca con il tovagliolo.
“Duncan, stanno accadendo delle cose che difficilmente capiresti: io stesso stento a farlo. Credimi, non sto bestemmiando: non c’è alcuna superbia nelle mie affermazioni. Quando dico che Taios sta ponendo il suo favore su di me, non esagero. C’è un motivo se dubito dei miei Confratelli e c’è un motivo se mantengo dei segreti. Ti chiedo solo di fidarti di me e di pazientare.”
Si pulì la bocca con un lembo della tovaglia imitando il suo amico, poi si mise a braccia incrociate. 
“Ti ascolto.”
“Hai presente la voglia che ho sul palmo della mano?”
“Quella a forma di Drago?”
“Esatto, un Drago di Platino. Negli affreschi gli antichi dèi distruggono Gerda, ma il popolo si salva grazie ad un cavaliere che porta quel simbolo!”
“Può essere una coincidenza. E poi gli affreschi non spiegano quando accadranno quelle cose.”
“Ho fatto delle ricerche, si tratta di una profezia di due secoli addietro e parla del nostro tempo.”
“Come lo sai?”
“La profezia dice che l’ira degli dei sarà colmata quando nella città dove convivono pacificamente Umani Elfi e Nani siederà sul trono un Re Mezzelfo.”
“Probabilmente non è stato il primo e né sarà l’ultimo”
“Ho cercato nei libri di storia della Casata: è il primo caso da tre secoli ad oggi!”
Duncan sembrò perplesso.
“Come hai saputo di questa profezia e di questi affreschi?”
Philip si accarezzò la mandibola fino al mento, come se avesse avuto la barba.
“Credo che Taios mi abbia avvisato…” non riuscì a nascondere l’imbarazzo nel pronunciare la frase.
“Taios? Ti ha… avvisato?” 
Philip si avvicinò all’amico e sussurrò:
“Credimi, non sono pazzo! Almeno lo spero…”
Duncan non fu rassicurato da quelle parole.
“Sai che non sono mai stato come tutti gli altri. Mi riferisco a quello che riesco a fare: alle guarigioni, al fatto che capisco quando qualcuno sta mentendo. Ma tutte queste cose  non sono delle mie “capacità”: sono dei doni!”
Capiva perfettamente di cosa parlava e la cosa per quanto folle, cominciava ad avere un senso.
“Come è successo?”
Philip parve sollevato dalla domanda: “È stato un sogno. Un sogno ricorrente e talmente reale da…”
“Sembrare vero?” Lo interruppe Duncan.
“Da fare male.” Lo corresse.
“Più di una volta mi sono alzato dal letto in una pozza di sangue. Fortuna che adesso ho un alloggio privato e non ho dovuto trovare una giustificazione per i Confratelli.”
“Capisco. E cosa hai sognato esattamente?”
“Sogno un’angelo dorato che mi sveglia dal sonno e mi fa cenno di seguirlo. Io obbedisco, come se l’apparizione fosse la cosa più normale del mondo e lui mi mostra dalla finestra un Regno splendente dove sta sorgendo il sole. Poi mi dice che quello è il Wald e Taios vuole che io vada lì. Ma non da solo: con tutto il mio regno al seguito. Io gli rispondo che non ho nessun regno, ma lui mi sorride come se stessi scherzando. Poi il cielo si fa nero, la terra inizia a tremare e non vedo più l’angelo. Dalla finestra vedo Trazma crollare per il potente terremoto, poi dal cielo inizia a piovere fuoco! La devastazione è terrificante e anche la stanza dove mi trovo viene distrutta. Il soffitto della stanza crolla e vedo sette uomini e una donna giganteschi, alti fino alle nuvole che si affacciano verso di me e mi guardano, poi ne arriva un altro più grande e spaventoso degli altri che mi mostra una gemma rossa dalla forma strana. Alla fine lascia cadere verso di me la gemma, che precipita trasformandosi in una roccia infuocata e finisce su di me schiacciandomi! Poi mi sveglio e sono in un lago di sangue. Sangue mio…”
Duncan era sconvolto dal racconto dell’amico.
“Se tutto questo fosse vero, che cosa dovresti fare? E chi sono quegli esseri?”
“Non lo so, è quello che sto cercando di capire. Credo che il Wald sia una terra sconosciuta che si trova a est, ma ho poche informazioni al riguardo. Quei nove esseri, invece, credo che siano degli antichi dèi, perfino più antichi di Taios!”
“È assurdo, ma va bene: voglio crederti! Dopotutto non è la prima cosa strana che ti vedo fare... Ma dove possiamo trovare più informazioni su queso Wald e su questi dèi che non venera più nessuno?”
“Penso che dovremmo rivolgerci ad un chierico esperto di divinità antiche. Talmente esperto, da essere stato allontanato dalla Chiesa per sospetto di eresia.”
“Hai in mente qualcuno in particolare?”
“Penso che sia giunto il momento di andare a cercare mia madre!”

giovedì 20 luglio 2017

15. L'affresco della cripta

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La luce tremolante della torcia illuminava l’interno della cripta. Philip osservava rapito quello che rimaneva degli affreschi di quell’antico tempio di una divinità dimenticata.
“Comincio a credere che questa storia sia vera…” disse con un filo di voce. Gli affreschi rappresentavano degli antichi dèi che adirati distruggevano Gerda, mentre un cavaliere con lo stemma di un drago d’argento portava in salvo il popolo verso una terra paradisiaca.
“Quale storia?” 
La voce lo colse alla sprovvista. Si girò di scatto puntando la torcia verso l’intruso.
McGregor? Ma che ci fai qui?!”
“Lo sai che odio starmene dietro il bancone a spillare birra!”
“Non dovresti essere qui: è pericoloso! E devi smetterla di pedinarmi!”
“Dai Philip, non ti sto pedinando! Voglio solo aiutarti nella tua missione: da solo non puoi farcela! Lo sai che combatto meglio di qualunque guardia della città e poi lo hai detto tu stesso che non ti fidi più nemmeno dei tuoi Confratelli!”
Il paladino si avvicinò frettolosamente al locandiere.
“Parla piano! Sono cose che non pensavo realmente. Ho giurato…”
“Mi eri sembrato molto serio quando me lo hai confidato. Ma non temere, il tuo segreto con me è al sicuro. Posso aiutarti e lo sai!”
“Di certo non puoi aiutarmi lanciando boccali…” sorrise il cavaliere, mentre con una mano sulla spalla accompagnava l’amico fuori dalla cripta.
“Con i boccali no, ma con questa si!” Sfoderò una spada bastarda che luccicò al bagliore della torcia.
“Tu sei pazzo! Da dove salta fuori quella?”
“L’ho comprata! Ho dovuto vendere solo qualche botte di birra… E un mulo.”
I due uomini risalirono le scale consumate e arrivarono al livello del terreno dove un tempo c’era stato uno splendido tempio. Adesso la foresta aveva divorato i marmi e le colonne di quel luogo sacro, che silenzioso si confondeva con radici e tronchi, mentre i rami degli abeti ne formavano la volta, penetrata dai raggi del sole.
“Duncan, tuo padre ha bisogno del tuo aiuto alla locanda e io devo comprendere ancora appieno qual’è la mia strada”
“Mio padre se la cava fin troppo bene anche senza di me!” 
Non era del tutto falso: suo padre anche se avanti negli anni, voleva continuare a gestire la locanda a modo suo e ogni ingerenza del figlio veniva mal digerita.
Duncan continuò: “E poi hai detto che inizi a credere a questa storia… Quale storia?” 
“Se lo dico ad alta voce, temo che smetterò di crederci…”
“Di cosa si tratta, Philip?”
Il paladino sospirò e poi disse:
“Della fine del mondo Duncan. Della fine del mondo!”