giovedì 15 giugno 2017

14.Notizie al castello

Demian Odmir bussò con impeto alla robusta porta di quercia del castello in attesa di una risposta. Il suo fidato cinghiale, Geronimo, attendeva paziente annusando il prato in cerca di cibo.
Il Nano bussò nuovamente, innervosito dall’attesa.
“Chi è?” Gridò la voce della guardia dall’alto.
“Sono Demian Odmir! Ho bisogno di parlare col re!”
Una risata sarcastica risuonò sulle mura del castello.
“Il re non riceve nessuno, tantomeno un Nano!” 
La battuta fu accolta da una nuova risata. Demian non sorrideva affatto, ma si trattenne dall’impugnare la sua ascia bipenne. Respirò a fondo per calmarsi pensando che aveva già perso un’ascia da lancio e non era il caso di rovinare questa inutilmente.
“Ho importanti notizie dalla Riserva, lasciatemi entrare!”
Stranamente la porta si aprì e il Nano fu lasciato entrare.
La guardia che aveva aperto gli disse:
“Entra pure nella corte, ma non ti aspettare di essere ricevuto dal re in persona!”
“Anche il ministro della guerra andrà bene!”
Demian si incamminò nella corte e il rumore della terra battuta lasciò il posto a quello del pietrisco. Diversi uomini popolavano il castello e si potevano vedere i migliori cavalli del Regno. Si avvicinò ad uno stalliere e gli porse una moneta d’argento.
“Qua fuori c’è il mio cinghiale, prenditi cura di lui e ne avrai un’altra al mio ritorno.”
“Sarà fatto signore!” Il giovane corse fuori contento.
Il castello di Trazma era unico nel suo genere, essendo il frutto della fusione dello stile architettonico di Umani, Nani ed Elfi. Nasceva dalla roccia della montagna, ricordando un enorme pozzo ottagonale. Proprio come un pozzo, scendeva nel cuore della montagna, mentre all’esterno si presentava con un enorme porta incastonata nella bocca di un Nano. La roccia scolpita si trasformava in mattoni di pietra irregolari che in tutte le tonalità del grigio si innalzava al di sopra di tutti gli edifici della città, superando perfino Trazma del Nord con le case degli Elfi. Proprio con la città degli Elfi, il castello si fondeva, espandendosi orizzontalmente attraverso ponti di legno e terrazze che si immergevano letteralmente nella Riserva. La tanto bizzarra, quanto affascinante struttura si presentava nella sua millenaria quiete davanti a Demian, che sopraffatto da una sacra devozione, si era fermato ad osservare. 
Tornato in sé, riprese a camminare verso il portone. Giunto alla bocca del Nano, bussò. La porta fu aperta e un Elfo alto e magro, in abiti lussuosi gli chiese chi fosse.
“Sono Demian Odmir e porto notizie dalla Riserva. Ho bisogno di parlare con il Re o col Ministro della Guerra”
L’Elfo si strofinò le mani e con un sorriso di convenienza invitò il Nano ad attendere.
Qualche minuto dopo giunse alla porta un Umano. 
“Buongiorno. Mi hanno riferito che giungete dalla Riserva. Ditemi pure quali nuove portate” disse cortesemente il nobile.
“Voi siete il Ministro della Guerra?” chiese perentorio il Nano.
“No, non lo sono. Il Ministro è in riunione con il Consiglio e oggi non potrà ricevervi. Tuttavia siete fortunato: io sono il Conte Percifal Majere Status-Stanfilus e la Riserva fa parte delle mie terre. Quindi sono estremamente interessato a ciò che avete da dire.”
A Demian sembrò un buon sostituto e forse avrebbe fatto più dello stesso re.
“E sia! Parlerò con voi.”
“Siete un Nano saggio” sorrise il Conte, accompagnandolo con una mano sulle spalle. Si allontanarono dal castello, passeggiando nella corte verso il Giardino Reale.
“Signor Conte…”
“Chiamatemi pure Percifal!”
“Percifal, nella Riserva mentre pattugliavo il territorio in sella al mio fidato cinghiale, mi sono imbattuto in un Orco!”
“Un Orco nella Riserva? Ne siete sicuro?”
“So riconoscere un Orco fin troppo bene!” rispose irritato Demian.
“Perdonatemi, amico mio. Continuate pure.”
“Naturalmente ho ucciso quella miserabile creatura senza difficoltà…”
“Non è da tutti, mio caro: ci vorrebbero più uomini come te tra le fila del re!”
“Si lo so… Non per vantarmi, ma so il fatto mio! Comunque, non era questa la notizia importante!”
“Parlate, vi ascolto.”
“Quell’Orco non era un Orco normale! Era in grado si scomparire dalla vista! Era diventato praticamente invisibile! Per fortuna a Geronimo non sfugge nulla!”
“Geronimo?”
“Il mio cinghiale!”
“Ah il cinghiale, giusto!”
“Grazie a lui l’ho individuato e gli ho dato quello che si meritava!”
“Molto bene!” Sorrise il conte.
“Molto bene un corno!”
Il volto del conte si fece serio.
“Perdonatemi Percifal, ma le sto dicendo che un Orco invisibile è penetrato nella Riserva e lei è contento?”
“No che non lo sono!” Imbarazzato continuò:
“Tuttavia sono soddisfatto della sua determinazione: lo avete fermato una volta per tutte!”
“Si, beh, posso capirla…” disse rendendosi conto di aver impressionato il nobile.
“E ditemi amico mio, questo Orco era solo?”
“È questo il punto: era a caccia di cinghiali giganti! Sono sicuro che ne avesse bisogno per il suo clan!”
Il conte parve preoccupato e Demian continuò:
“Se un clan di Orchi è fuori dalle mura della città, siamo in pericolo. Se poi questi Orchi sono in grado di sparire, allora i guai si fanno più seri!”
“Immagino che abbiate ragione. Dovrò informare il re.”
“Molto bene!” disse soddisfatto il Nano.
“Ma non vi meravigliate se non sarete più messo al corrente di nulla al riguardo: il nostro re a volte agisce in modo… insolito.
“Come sarebbe a dire?!”
“Non temete: sarete ripagato per i vostri servigi! Tuttavia sarei onorato se poteste aiutarmi per un’altra questione”
“Demian Odmir non si tira indietro davanti a nessuna sfida!”
“Molto bene, amico mio, molto bene!”

martedì 6 giugno 2017

13. In avanscoperta nel bosco

Dwtar il Nano spingeva al trotto Kilak, il suo fidato pony, mentre il bosco buio gli faceva da cornice. La torcia era l’unica fonte di luce e l’aria iniziava a diventare fredda e umida. Si strinse nel mantello più che potè e spronò il pony ad andare più veloce.
“Oh! Dai bello!” 
La sua voce ruppe il silenzio cupo del bosco, creando una strana sensazione di disagio.
“Questa torcia puzza troppo…”
Controllò di non aver dato accidentalmente fuoco ai suoi vestiti o al pelo del pony. La puzza di bruciato iniziava ad essere pungente e non era  il normale odore della torcia.
Dopo aver ricontrollato attorno per togliersi ogni dubbio, si rese conto che quell’odore non poteva venire da lì. Cercò di penetrare l’oscurità della selva con lo sguardo, ma la luce del fuoco glielo impediva. Spense la torcia.
“Fermo Kilak!”
Accarezzò il pony che rallentava, mentre le tenebre si facevano fitte fino ad avvolgere tutto.
Dopo qualche minuto i tronchi degli alberi iniziarono a delinearsi, poi la vista del Nano cominciò a scorgere pian piano ogni dettaglio della foresta. In qualche modo il buio agli occhi di un Nano o di un Elfo, non era mai completamente tale. Una piccolissima parte di luce riusciva sempre a penetrare per rivelare ai loro occhi qualcosa che l’occhio di un Umano non sarebbe mai riuscito a scorgere.
L’odore di bruciato continuava ad aleggiare nell’aria notturna e finalmente Dwtar riuscì a notare qualcosa che finora gli era sfuggito: in lontananza un fioco bagliore giallo segnava la presenza di un incendio!
Si trovavano poco distanti da Ceribas, la città del noto “Consiglio di Giustizia della Magia” e a mezza giornata di viaggio da Trazma che da poco aveva visto l’investitura del nuovo re Medrin Shadow, il Mezzelfo. Normalmente Dwtar si sarebbe allontanato da un incendio boschivo, ma per qualche strana ragione, quella notte, sentì che sarebbe dovuto andare a vedere cosa stava accadendo.
Legò il pony a un albero e dopo qualche carezza gli sussurrò qualche parola per tranquillizzarlo, poi si allontanò.
Nel buio della foresta riuscì a muoversi veloce e silenzioso: la luna piena gli fu d’aiuto.
L’odore si faceva sempre più intenso e la luce del fuoco si alzava nel cielo notturno.
Decise che avrebbe aggirato l’incendio mettendosi a favore di vento. Girò verso ovest e il terreno si fece meno pianeggiante: doveva essere il dorso della collina di Ceribas.
Continuò a risalire fino a giungere ad una radura. Da qui vedeva chiaramente il fuoco che stava lentamente divorando la foresta come un diabolico sorriso che lasciava dietro di se cenere e fumo. Ma ciò che lo colpì di più fu la presenza di altri piccoli falò nella zona che precedeva l’incendio. Qualcuno aveva appiccato il fuoco e si stava accampando in quella zona. Cercò alle sue spalle qualche segno della presenza della città, ma era ancora troppo lontana per essere vista. Nessuno avrebbe notato quell’accampamento.  
Dwtar fece ricorso a tutta la sua abilità per avvicinarsi il più possibile senza farsi notare. Senza alberi e con la luna piena non sarebbe stato facile.
Quello che vide gli fece ribollire il sangue: non solo c’era un esercito, ma era un esercito di odiosissimi Orchi!
Gli Orchi erano una delle poche razze che più i Nani odiavano. Esseri tanto prepotenti, quanto stupidi, grandi, grossi, forti e pervasi da pura malvagità. Vivevano per uccidere e mangiare. Ce n’erano a decine, forse più di un centinaio.
Avevano piantato delle tende e una era più grande di tutte le altre: era evidentemente quella del loro capotribù. Cercò di avvicinarsi rapidamente, senza far rumore. Dall’interno del padiglione udiva delle voci blaterare qualcosa in orchesco, mentre notava che che, stranamente, la tenda era di ottima fattura. Non era una tenda prodotta dagli Orchi. Tinta di porpora delle Isole Verdi, tessuta in lana di Granborgo… Ci doveva essere un Umano dietro tutto questo! I suoi pensieri furono interrotti da due Orchi che uscirono dalla tenda all’improvviso. Rimase immobile come una statua, sperando che la luna piena non tradisse la sua presenza. I due si fermarono davanti al falò e uno di loro si piazzò ritto con le mani dietro la schiena ad ascoltare quello che aveva da dirgli quello più basso.
Era strano vedere un Orco in posizione eretta: si rese conto di quanto fossero alti realmente. Di solito camminavano curvi e le mani penzolavano fino a toccare quasi il terreno. Ma questi Orchi erano diversi, erano più… umani.
Perfino il loro orchesco era meno grezzo e gutturale del solito. 
Poi un rametto secco si spezzò sotto i suoi piedi emettendo un suono secco e chiaro che a Dwtar sembrò forte come un tuono durante un temporale estivo. Il cuore iniziò a battergli così forte, che per un attimo ebbe il timore che potessero udirlo anche gli Orchi.
 Si voltarono di scatto verso di lui e con una rapidità incredibile scomparvero dalla sua vista!
Non sparirono in un solo istante, ma come una macchia d’olio che si allarga sull’acqua. Il tutto però durò un battito di ciglia.
Dwtar si girò facendo roteare il mantello e cominciò a correre a tutta velocità, ma il lembo del mantello fu afferrato da qualcuno che lo strattonò facendolo volare all’indietro. Il Nano ebbe la prontezza di accompagnare la traiettoria dello strattone, atterando con una capriola che concluse liberandosi del mantello. Riprese così la corsa, ma un piede invisibile gli mise uno sgambetto che sollevò un po’ di polvere. Orchi agili e invisibili, ma che diavolo stava succedendo?!
Mentre cadeva in avanti si preparò ad attutire la caduta con le mani, ma il suo corpo non toccò terra. Avvertì una presa che lo sollevava dalla maglia, tenendolo fermo come un cucciolo preso dalla collottola dalla sua mamma. 
“Nano, ci spiavi!”
La voce cavernosa pronunciò quelle parole in perfetto nanesco! Lo stomaco gli si contorse provocandogli un forte senso di nausea. Quegli Orchi imbrattavano la sua lingua natia senza alcun ritegno!
Fece così ricorso a tutte le sue forze per sollevarsi con una capriola che lo proiettò sull’invisibile mano che lo teneva fermo. Anche la maglia si sfilò restando nella mano orchesca, mentre i suoi piedi calcolavano la superficie del possente braccio dell’Orco. Appena trovato il giusto equilibrio, spiccò un salto in avanti che si concluse proprio accanto al mantello, che recuperò velocemente, ricominciando a correre. La mano libera gli scivolò sull’elsa del pugnale per sfilarlo rapidamente. Non poteva vedere gli Orchi, ma poteva sentirli. Si concentrò sul rumore dei passi che ancora una volta gli tagliavano la strada e decise che il nemico doveva trovarsi proprio davanti a lui. Tracciò un taglio nell’aria nel punto in cui pensava si trovasse l’Orco e un fiotto di sangue verde gli confermò che aveva ragione. La creatura riapparve alla sua vista nello stesso modo in cui era scomparsa e un gemito di dolore riecheggiò nell’aria. Il taglio però non fu sufficiente a fermarlo: un possente pugno si mosse alla volta del Nano che riuscì a schivarlo per un soffio. Lo spostamento d’aria gli solleticò la barba. La pelle dell’Orco era così vicina alla sua che non fu difficile far scorrere il pugnale lungo la vena che segnava il suo braccio possente. Un rivolo di sangue verde e caldo gli colò sulla faccia. 
Dwtar si strinse attorno al braccio ferito, come per cavalcarlo, poi lo risalì fino alla spalla per conficcargli il pugnale nella gola. Un ultimo salto lo condusse lontano dalla portata dell’Orco, che esanime crollava a terra con un enorme tonfo. Continò la corsa senza voltarsi indietro, attraversando il bosco a torso nudo, solo con un mantello che lo copriva e senza il suo pugnale a rassicurarlo. Corse a perdifiato ignorando l’incendio, il fumo e la stanchezza, finché non ritrovò Kilak, il suo fidato pony, che lo aspettava legato all’albero, proprio lì dove lo aveva lasciato.  

  

giovedì 1 giugno 2017

12. Contando le monete

I cavalli avanzavano incerti lungo la strada sotto la guida dell’Elfo Even.
“Potresti spingerli un po’ di più quei dannati ronzini! Se mi culli un altro po’ finirò per addormentarmi!” sbraitò Dwtar con il suo forte accento nanesco.
“È notte e le lanterne illuminano poco e niente, ottuso d’un Nano! E se ti addormentassi faresti un favore a tutti…”
“Di sicuro faresti un piacere a ME! Non riesco a chiudere occhio con questo tintinnio di monete: non hai smesso di contare un attimo!” borbottò Gothar dal fondo del carro.
“Quando si tratterà di spartire il bottino immagino che non ti darà fastidio sapere esattamente la tua parte.” 
“Per fortuna Shilimalf ha il sonno pesante!” sussurò Even dalla cassetta di guida.
“Mai pesante quanto il Giullare!”
“Ancora con questa storia del Giullare?! Vuoi fare la fine del cocchiere?”
“Ma che succede? Cos’è tutta questa confusione?” chiese Shilimalf stropicciandosi gli occhi e sbadigliando.
“Ecco, appunto…” 
“Scusa piccolina, ma purtroppo Gothar ti ha svegliata con le sue continue lamentele” disse Dwtar.
“Non fa niente. Ho troppo sonno…” concluse rimettendosi sotto le coperte.
“Bah! Io invece non ne posso più! Ho bisogno di sgranchirmi le gambe”
“Quei moncherini li chiameresti gambe?” lo punzecchiò Gothar.
“Even, ma lo senti anche tu questo fastidioso rumore di sottofondo?”
“Sento solo che sto cercando di guidare il carro, mentre voi non fate niente di utile!”
“E allora faccio qualcosa di utile: me ne vado a cavalcare un po’ in avanscoperta! Il mio pony si muoverà sicuramente più velocemente di quei ronzini!” Disse il Nano, mentre balzava con agilità straordinaria dal carro in groppa al pony.”
“Fa un po’ come ti pare. Cerca di non perderti e per favore evita di cacciarci nei guai” intimò Even.
“Taios sia benedetto! Finalmente si può dormire in pace!” esultò Gothar.
“Dormi pure quanto ti pare Mago da strapazzo!” poi sfilò una torcia dal carro: “Questa me la prendo io!”

Dopodichè si allontanò dal gruppo seguendo la strada immersa nel fitto della foresta.  

venerdì 5 maggio 2017

11. Agguato nel bosco

Se ti sei perso la puntata precedente, puoi leggerla qui!

L’aria fresca soffiava leggera sul viso e il profumo degli abeti e della terra bagnata rendevano quella giornata davvero gradevole. Il suono ritmico degli zoccoli dei cavalli che trainavano il carro sembrava una ninna nanna, interrotta a tratti da qualche scossone dato dalla strada irregolare. Il sole del tardo pomeriggio era tiepido, anche se ormai volgeva al tramonto. 
Tuttavia Adrian il cocchiere era particolarmente teso per godersi il viaggio. Ogni tanto il verso di qualche uccello riecheggiava dal bosco come in un anfiteatro dall’acustica perfetta. L’ansia aumentava ad ogni miglio e più si avvicinavano a Ceribas e peggio era.
Ma come poteva il nuovo Re aver deciso di pagare la scorta armata fino alla foresta fuori dalle mura? Sulla strada “Diritta” la scorta non era servita affatto: nessuna minaccia e una strada lastricata che si percorreva senza scossoni per miglia. Ma adesso a poche miglia da Ceribas, dove la strada si trasformava in sterrato con nient’altro che foresta a destra e a sinistra, quel folle d’un Mezzelfo Re, aveva deciso di risparmiare sulla sicurezza!
Lasciare un carico di oro e argento incustodito per risparmiare qualche spicciolo con le guardie era da pazzi e Medrin Shadow si comportava da tale.
“Se dovessero rapinarmi, gli lascerò il carro ben volentieri!” disse Adrian rivolto a se stesso.
“Il carico è segreto e nessuno fuori da Trazma ne è a conoscenza. Sarebbe inutile sprecare risorse che la Corona non si può permettere!” aggiunse scimmiottando il Re.
“Quando assaliranno il carro voglio ben vedere se sarà dello stesso parere, quello sciocco d’un Mezzelfo!”
“Non è conveniente parlar male del proprio re, non trovate?” disse qualcuno ad alta voce.
“Chi va là?” domandò cercando con lo sguardo tra gli alberi.
Un sibilo, veloce come il vento gli sfiorò l’orecchio, mancandolo di un palmo. 
TLAK!
Una freccia si conficcò sul carro, lasciando il cocchiere senza fiato.
Da un grosso ramo di abete un Elfo sfoggiava un arco con la corda ancora vibrante per il tiro.
In un battito d’occhi l’Elfo balzò giù dal ramo facendo spaventare anche i cavalli che nitrirono frenando di colpo.
Adrian tentò di mantenere il controllo del carro accompagnando la frenata dei cavalli: 
“Ohh! Buoni! Tranquilli!”
Il carico non si ribaltò per miracolo e il cocchiere fece sfoggio di tutta la sua maestria per fermarlo.
“Siete un gentiluomo a fermare il carro per noi!”
Questa volta a parlare non fu l’Elfo: una voce giunse dal retro del carro.
Adrian si girò per vedere da dove arrivasse la voce, ma con sua sorpresa vide che era già sul carro alle sue spalle!
Non aveva udito il minimo rumore, neanche quello del legno scricchiolante del tetto!
Un Nano vestito di nero con un buffo cappello da Mago stava sdraiato a pancia in giù sul carro e gli poggiava una fredda lama di pugnale sotto il mento.
Era esattamente quello che aveva temuto.
“Prendete pure il carico! Ma vi prego non fatemi del male!”
“Non faremo del male a nessuno se non sarà necessario” una terza voce giunse dal basso a destra del carro, ma Adrian non ebbe il coraggio di spostare la testa.
“Non dire assurdità Gothar! Certo che faremo del male a qualcuno! Che razza di divertimento ci sarebbe?!” sentenziò il Nano, che adesso si era seduto accanto al cocchiere e con una mano stava legando i polsi del malcapitato.
“Non presti attenzione alle parole del mio amico Nano. Non le faremo del male” disse l’Umano vestito in modo bizzarro, che adesso si era fatto avanti. 
“La supplico signor Giullare, dica al Nano di non uccidermi! Ho una famiglia che mi aspetta a casa!”
Il volto dell’umano si fece teso e la bocca divenne una stretta fessura.
“Signor… GIULLARE?!”
“Ahahahah! Finalmente qualcuno ha capito qual’è la tua vera vocazione!” rise l’Elfo da lontano.
“Signor Giullare, perché non ti sbrighi a svuotare questo carro e lasci perdere le chiacchiere?” disse sarcastico il Nano.  
“SIGNOR… GIULLARE?!!” L’Umano sollevò una mano verso il cocchiere e cominciò a sussurrare nervosamente delle parole incomprensibili.
“Non volevo offendervi, Signore! Ho visto i vostri vestiti e ho pensato… dovete scusarmi, davvero, non pensavo…” farfugliò terrorizzato Adrian.
La foresta si fece di colpo scura e gli occhi dell’Umano divennero neri come la pece, poi cominciarono a gocciolare un liquido nero senza riflessi. Adrian era terrorizzato e tremava come una foglia.
Presto le lacrime nere riempirono la terra e cominciarono a risalire sulla carrozza. Gli stivali furono avvolti dalle spire scure e un gelo infernale penetrò l’anima dell’uomo.
“NO!!! Vi prego! Lasciatemi! Non volevo!!!”
I gelidi tentacoli neri si avvilupparono alle gambe del povero Adrian, per poi salirgli lungo la schiena fino ad infilarsi nelle sue orecchie. Le urla agghiaccianti dell’uomo risuonarono nella foresta per diverse miglia, poi con la stessa rapidità con cui erano iniziate, cessarono.
“Non hai senso dell’umorismo mago!” disse il Nano con una smorfia.
“Te ne stupisci ancora Dwtar? Gothar non ha riso nemmeno quando abbiamo festeggiato il compleanno dello Gnomo!”
“Ahahahah! Lo Gnomo! Hai ragione Even, sarai una dannata femminuccia, ma non posso darti torto! Non ha riso neanche un po’ e non ha voluto spegnere la candela, maleducato che non è altro!” 
L’Elfo sorrise avvicinandosi al carro, mentre l’Umano completava il rituale magico.
“Se non avessi fatto il mio nome il nostro amico cocchiere non starebbe vagando nel Limbo, ottuso d’un Nano!”
“Ah adesso caro il nostro GIULLARE, vorresti farci credere che hai dovuto farlo perché io ho sbagliato?”
“Ovviamente Dwtar, ma non mi aspetto che uno del clan degli Headrock possa capire i propri errori”
Il Nano balzò giù dal carro in un istante e il suo pugnale fu sotto il mento del Mago un’attimo dopo.
“Il fatto che tu vada in giro in calzamaglia vestito a quadri rosa e azzurro, non è affar mio, ma che la tua bocca infanghi il nome del mio Clan, quello sì che è affar mio!”
“Signori qui c’è un carro colmo d’oro e d’argento che freme di essere svuotato, che ne direste di appianare le vostre divergenze più tardi? Magari dopo aver spartito il bottino?”
Il Nano sfilò il pugnale dal collo del Mago.
“L’Elfo ha ragione Giullare”
“È la seconda volta che dai ragione al nostro caro Even. Comincio a sospettare che abbiate una tresca…”
Il Nano ringhiò verso il Mago che istintivamente arretrò.
Una sonora risata si sollevò nella foresta, interrotta poco dopo da una voce da bambina:
“Posso uscire adesso, fratellone?”
“Certo sorellina! Vieni pure!” rispose Even.
La piccola Elfa uscì dal fitto della foresta e raggiunse il carro.
Dwtar ed Even lanciavano sacchi pieni d’oro e d’argento in un sacco più grande che reggeva Gothar. Il sacco sembrava non riempirsi mai.
“Gothar, ma il cocchiere è morto? Avevi detto che non gli avresti fatto del male!”
Il Mago rispose col tono cortese che si usa con i bambini:
“Tranquilla Shilimalf, non è morto! È solo che il suo corpo è qui, ma la sua mente è altrove. Appena avremo finito lo farò tornare dalla sua famiglia!”
“Però ha gridato!”
“Purtroppo gli ho fatto un po’ male, ma almeno avrà imparato l’educazione!”
“Ma tu sembri davvero un giullare!” disse Shilimalf ridendo.
Anche gli altri risero e Gothar concluse dicendo:
“Se non ripeterai mai più questa sciocchezza che hai detto, ti prometto che ti insegnerò come si fanno apparire le scintille dalle mani!”
“Quelle colorate che mi piacciono tanto?”
“Proprio quelle”
La bambina cominciò a saltellare contenta.
“Even hai sentito? Zio Gothar mi insegnerà a fare le scintille! Zio Gothar mi insegnerà a fare le scintille!”
L’Elfo accennò un mezzo sorriso e tenne a precisare:

“Gothar non è tuo zio, piccolina. Non lo è affatto.”

mercoledì 29 marzo 2017

10. Mastro di Chiavi

Se ti sei perso la puntata precedente, puoi leggerla qui!

Le pietre della Fortezza avevano sempre avuto un fascino particolare. Sin da piccolo Dwtar ne era rimasto incantato. Forse perché pur essendo un Nano non aveva mai vissuto tra quelle solide mura di roccia scolpita, o forse perché, semplicemente, erano perfette. Non c'era altro modo di descrivere quello splendido lavoro degli scalpellini. Ogni singola pietra era stata tagliata e lavorata, come se fosse stata un'opera d'arte. Dwtar amava il modo in cui la Fortezza si fondeva con la roccia della montagna senza lasciar capire dove finiva una e cominciava l'altra. Lui era un Nano di Trazma del Sud, nato e cresciuto ai piedi della montagna, in una splendida casa in pietra con solide porte di quercia e finestre a sesto acuto, ma il fascino della Fortezza era qualcosa di ben diverso. Quando aveva sei anni, Dwtar  aveva iniziato con dei legnetti a tracciare i primi disegni di quella che da grande sarebbe stata la "sua" Fortezza. A quindici, era l'unico Nano a sapersi arrampicare sulle rocce, che risaliva per ammirare lo spettacolo dalla cinta muraria. Per il suo trentesimo compleanno riuscì a scassinare le serrature delle cancellate inferiori, per osservare la pianta delle segrete dal vivo. Inutile dire che dedicava più tempo a studiare serrature e lucchetti che a dare picconate alle pareti della miniera dove lavorava con suo padre.
"Abbiamo bisogno di guadagnare monete e non di sprecarle!" gli ripeteva continuamente, quando vedeva che tornava a casa sempre con qualche serratura o nuovo attrezzo.
"Potrei costruire serrature e venderle, piuttosto che sprecare il tempo con una miniera esaurita!" replicava seccato al padre che lo invitava puntualmente a farlo se ne fosse stato capace. 
Purtroppo costruire serrature gli costava più del prezzo che le serrature avevano al mercato, anche se sapeva che le sue erano decisamente superiori. Aveva capito che ogni serratura ha un punto debole e sapeva sempre come trovarlo. Le sue serrature, invece non avevano punti deboli, o almeno non erano così evidenti come le altre...
Decise così di esercitarsi con le migliori serrature che ci fossero: quelle del tesoro reale!
Ormai era talmente agile ad arrampicarsi e a rendersi tutt'uno con le ombre, che arrivare fino alla camera del tesoro eludendo tutte le guardie (armate fino ai denti!), sarebbe stato un gioco da ragazzi. La parte difficile sarebbe stata aprire i cancelli e i forzieri reali! Se anche vi fosse riuscito, non avrebbe avuto modo di tornare indietro col bottino senza farsi notare.
Tuttavia, volle provarci. 
Quella notte, senza luna, si vestì completamente di nero, infilò ogni singolo attrezzo in una tasca diversa per evitare che urtando uno con l'altro tintinnassero, indossò gli stivali più morbidi che aveva, modificandone la suola in modo che non facessero rumore. Quando si trovò davanti alle mura di cinta della Fortezza, dove enormi fiaccole ardevano luminose e guardie armate vegliavano ogni angolo delle mura, ebbe un attimo di esitazione. Nella mente invocò l'aiuto di Taios, giurando che se lo avesse protetto quella notte, gli sarebbe stato devoto tutta la vita.
In quel preciso momento un suono metallico lo fece trasalire: qualcosa era caduto dall'alto delle mura! Non aveva il coraggio di muoversi, poi l'oggetto emise un bagliore giallo che gli fece capire di cosa si trattasse. Il riflesso del fuoco delle fiaccole sulle mura delineò i contorni di quell'oggetto di metallo caduto dall'alto. Era un Simbolo Sacro. Un Simbolo Sacro del dio Taios.
Con le lacrime agli occhi e tremando, lo raccolse e se lo mise al collo, mentre nella mente innalzava una preghiera di ringraziamento al Dio per quel segno.

Le serrature reali furono una grande delusione e perfino le Guardie furono al di sotto delle aspettative. Sette gemme fra le più preziose dello scrigno furono la scelta del Nano: un grande valore in poco spazio. Ebbe il tempo di richiudere il forziere richiudendo il lucchetto che non aveva neanche dovuto rompere. L'uscita fu agevolata dalla parete rocciosa che costeggiava le mura dove grazie alla naturale inclinazione della parete non riceveva la luce delle fiaccole. 
Dwtar era amareggiato: la più grande struttura della città non riceveva la giusta protezione e le ricchezze Reali erano meno protette che mai. Come potavano i cittadini sentirsi sicuri? Era questo alla fine la meravigliosa Fortezza dei Nani del Sud? Una mera illusione?
A Trazma serviva una VERA Fortezza con una pianta studiata alla perfezione, ed un sistema di sicurezza del tesoro reale, degno di questo nome! Una cosa che nessun Nano fra i nobili era in grado di offrire. Nessun Nano, tranne lui.